Le periferie urbane oggi rappresentano uno dei terreni più complessi su cui giocare la partita dell’inclusione sociale e della cittadinanza attiva. Sono proprio queste infatti ad essere il banco di prova in cui si misura la qualità reale della cittadinanza. Queste realtà, spesso segnate da una carenza strutturale di servizi, di spazi aggregativi e di prospettive, rischiano di cristallizzare condizioni di svantaggio che si trasmettono di generazione in generazione, con il serio rischio che questa sottile, quanto reale, disuguaglianza diventi un destino già scritto.
Eppure, è proprio in questi contesti che si apre un campo di possibilità, in cui realtà come ABF Globalab, hanno scelto di dimostrare come la cultura e la bellezza possano diventare strumenti potenti di trasformazione — non come ornamento, ma come infrastruttura sociale, perchè queste prima di tutto rappresentano condizioni strutturali della dignità umana.
Si apre su questo la riflessione a proposito di come le realtà quali ABF Globalab stiano costruendo, ciascuna con la propria identità, un modello di polo culturale capace di intercettare e valorizzare le energie dei giovani che vivono ai margini dei grandi centri urbani. Ciò che accomuna le realtà come ABF è una visione precisa: quella di restituire ai giovani delle periferie (e non solo) non soltanto spazi fisici misurati in metri quadri, ma ambienti generativi, spazi simbolici, capaci di innescare processi di empowerment, di sviluppo del pensiero critico, di responsabilità e di costruzione collettiva del significato.
ABF ha una storia già radicata in questo senso: ha operato in realtà tanto distanti geograficamente quanto vicine nella loro condizione di marginalità, come Haiti, il quartiere Sanità di Napoli, Gerusalemme, in piccole realtà come Sforzacosta, nelle Marche, e, ultimo, ma non certo per importanza, nel complesso di San Firenze, nel centro nevralgico del capoluogo toscano.
San Firenze è un complesso nel cuore storico della città, eppure per anni ha incarnato una forma di marginalità tanto invisibile quanto reale: quella delle aree urbane centrali abbandonate a sé stesse e scivolate nel degrado, non per lontananza geografica ma per indifferenza istituzionale, diventando terra di nessuno in cui il piccolo spaccio aveva preso il posto della comunità. San Firenze era però anche un luogo che aveva una memoria antica e potente: fu proprio lì, infatti, che San Filippo Neri, nel Cinquecento, accolse i giovani orfani della città, convinto che offrire loro uno spazio dignitoso e generativo fosse un atto sia spirituale che civile.
ABF ha scelto di raccogliere proprio quella memoria e di rilanciarla. Il progetto di ristrutturazione degli spazi di San Firenze — sviluppato in partnership con il Comune di Firenze — ha restituito a quel complesso una funzione che è la traduzione contemporanea del progetto di San Filippo Neri: un hub educativo per ragazzi tra i sedici e i venticinque anni, pensato attorno a laboratori digitali, musicali e polifunzionali, in cui al centro non c’è la trasmissione di contenuti ma l’emersione di un sé capace di agire. San Firenze non è una scuola nel senso tradizionale, ma è uno spazio in cui orientarsi, sperimentare e costruire un progetto di vita. La periferia, qui, non era una questione di chilometri dal centro: era una questione sull’appartenenza di quello stesso centro.
A San Firenze, come in ciascuno dei luoghi citati, la convinzione che ha guidato l’intervento è stata la stessa: creare bellezza non è e non deve essere un lusso, ma una strategia. Perché un ambiente curato, aperto e accessibile non è semplice decoro ma un messaggio chiaro. Dice a chi lo abita che la sua vita merita qualità, che il suo tempo non è uno scarto. E questo produce degli effetti profondi e più duraturi di qualsiasi intervento assistenziale che si limiti a tamponare l’emergenza senza trasformare il contesto.
ABF si distingue in questi contesti per un approccio a tratti rivoluzionario: dare voce ai giovani, renderli partecipanti reali senza relegarli in ruoli subalterni, dando loro la possibilità di tangere realmente le opportunità che gli vengono proposte. Questo ribaltamento del paradigma — dal giovane come destinatario al giovane come autore — non è solo il grande punto di questa realtà, ma costituisce il cuore pulsante di un modello culturale e socialmente attivo che trasforma l’empowerment da concetto astratto a pratica quotidiana e concreta.
Storicamente siamo già circondati da esempi che dimostrano la portata di questo modello, e in questo senso vale forse la pena richiamare un precedente storico di straordinaria rilevanza: la nascita del Centre Georges Pompidou nel cuore del quartiere Beaubourg, a Parigi. Inaugurato nel 1977 in quello che allora era considerato uno dei tessuti urbani più degradati della città, l’operazione fu portata avanti fra lo scetticismo di molti, ma il Pompidou non si limitò (e non si limita) ad essere semplicemente un museo: fu un atto di fiducia radicale nella capacità della cultura di rigenerare un territorio e le sue comunità. Renzo Piano ce lo presentò non a caso con forme industriali, atte a sottolineare l’idea che quella sia una vera e propria fabbrica della cultura. Quello che fu rivoluzionario è che il centro non sorse per occupare uno spazio urbano degradato, ma per trasformarlo, ridisegnando la reputazione e la vita quotidiana del quartiere. Dimostrò che l’investimento culturale, quando è autenticamente pubblico e inclusivo, non resta chiuso tra le pareti di un edificio, ma si irradia nel tessuto sociale a tutti i suoi livelli.
È in questa tradizione che si inscrivono e devono inscriversi le esperienze di ABF Globalab, dimostrando come l’Urbanizzazione massiccia e talvolta incontrollata, che sta presentando realmente il problema dell’emarginazione sociale legata al contesto cittadino, ponga oggi più che mai al centro il bisogno di luoghi in cui un giovane di una periferia possa non solo fruire cultura, ma produrla, abitarla e farsene protagonista. Perchè se questa è davvero un diritto, allora i luoghi e le realtà che la creano non possono coincidere con una geografia del privilegio.
Se si assume quindi che la cultura non sia solo sovrastruttura decorativa ma che sia, prima di tutto, infrastruttura, si arriva anche a fronteggiare una sfida, che ABF sta lentamente vincendo: far entrare la cultura nei processi di pianificazione urbana, nei bilanci pubblici, nelle politiche educative, facendola diventare un elemento tramite la quale si concepisce l’educazione dell’individuo. È qui che il lavoro di realtà come ABF Globalab acquista una dimensione ancora più significativa. Non si tratta soltanto di offrire opportunità, ma di legittimare uno spazio di espressione. E la legittimazione, nel campo culturale è tutto, perchè senza di essa, anche il talento più evidente rischia di restare invisibile, o peggio ancora, di essere assorbito e neutralizzato da circuiti che ne snaturano l’origine.
In questa prospettiva, il tema degli spazi torna ad essere centrale, seppur con una profondità diversa. Ad essere decisivi non sono più soltanto i luoghi fisici attrezzati, ma i dispositivi culturali capaci di produrre senso. Spazi che non impongono un modello, ma lo mettono in discussione; che non chiedono adattamento, ma generano trasformazione reciproca tra chi li abita e chi li attraversa. È una differenza tanto sottile quanto decisiva: che porta ad oscillare tra inclusione e partecipazione, tra accesso e produzione.
Il vero banco di prova per esperienze come ABF Globalab non sarà soltanto la qualità dei progetti realizzati, ma la loro capacità di radicarsi nel tempo, di costruire relazioni durature, di generare continuità. Non eventi, ma processi. Non interventi, ma ecosistemi. Ecco allora che il discorso sulle periferie smette di essere un capitolo separato e diventa il cuore stesso per progetti come ABF. Perché è lì, in quei margini, che si misura non solo la capacità di includere, ma la volontà reale di ridefinire il concetto stesso di centro.
Marco Giaimi
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