Caro lettore, Che tu ti consideri un turista occasionale della dimensione televisiva o che ti reputi un affezionato dei grandi capolavori a puntate dell’animazione, noi di ABF Globalab non abbiamo dubbi: avrai sicuramente udito decine se non centinaia di volte la voce dell’ospite di questa intervista.
Se anche i giorni della tua infanzia, della tua giovinezza o del tuo presente sono stati caratterizzati o sono tuttora colorati da storie fantastiche e avventure inimitabili come One Piece e Naruto, in questo istante nella tua mente si stanno dipingendo i nomi dei doppiatori italiani più iconici e quello di questa ospite ti sarà incredibilmente familiare perché già sai che, dietro ai lineamenti vocali di moltissimi dei tuoi personaggi femminili preferiti, si celi un unico volto, quello di Emanuela Pacotto.
Nel suo passaporto artistico si ricamano e si intrecciano i nomi, le voci e le avventure dei personaggi dell’animazione più amati di sempre: Bulma di DragonBall, Barbie, Sakura di Naruto, Nami di One Piece, Twilight Sparkle dei My Little Pony, Jessie dei Pokémon e moltissime altre. È la voce che negli anni, puntata per puntata, ci ha insegnato la perseveranza, la determinazione, l’amicizia, la speranza, la profondità, ma anche quella ventata di leggerezza e spensieratezza di cui oggi avvertiamo incredibilmente nostalgia, la voce che custodisce il timbro emotivo che ha forgiato i nostri ricordi più belli, scene, valori, eroi o dialoghi che non dimenticheremo mai e che hanno letteralmente dato vita ad intere sfumature della personalità della nostra generazione cresciuta convivendo quotidianamente con questo incredibile impero di fantasia.
Chi meglio di lei poteva raccontarci il mondo del doppiaggio? Noi di ABF Globalab l’abbiamo intervistata!
Trovo il doppiaggio molto simile all’arte che ha reso possibile questa fondazione ovvero la musica perché credo abbiano un tassello fondamentale in comune: riuscire ad emozionare unicamente tramite la sfumatura del suono, a veicolare sentimenti tramite la voce. Molto spesso i giovani non esprimono le loro idee convinti che non sia mai abbastanza, che un singolo non possa cambiare le cose, che ogni gesto rappresenti pur sempre una goccia nel mare davanti a scenari complessi come quelli mondiali attuali. Tu che con la voce ci lavori, come credi si possa, simbolicamente, convincere i ragazzi a far nuovamente sentire la propria voce e comprendere come questa possa fare la differenza?
Ricordo un giorno di aver sentito la frase “attori si nasce, non si diventa” e credo questa sia una grandissima verità. Si è portati ad abbracciare il campo artistico poiché inevitabilmente si ha una dote, si è caratterizzati da un talento, da una predisposizione, da un richiamo. E ognuno è speciale a modo suo, non esiste nessuno privo d’unicità in questo senso, la componente artistica esiste ed è viva anche in quelle professioni non associate usualmente all’universo artistico, l’importante è saper trovare la propria strada.
Per far sentire la propria voce, per me è fondamentale la preparazione, nel mio caso io arrivo come attrice dall’Accademia d’Arte dei Filodrammatici di Milano per poi divenire solo in seguito doppiatrice. La gavetta è importantissima, esperienza che attualmente si è un po’ persa o decisamente ridotta.
Si parte quindi dalla presenza di una certa sensibilità, empatia e inclinazione nei confronti di una determinata disciplina ma lo studio e la tecnica rimangono fondamentali per riuscire ad utilizzare il tuo strumento, nel mio caso la voce, al meglio e poter sfruttare tutte le sue potenzialità.
A proposito di questo, nel mio caso un aspetto che mi cambiò la vita fu approcciarmi al mondo del canto. Il canto è una passione che ho sempre avvertito fin da quando, da piccola, facevo parte di un coro per bambini con il quale incidevamo sigle degli storici programmi della televisione dell’epoca, per poi continuare negli anni a coltivare questo amore, anche con il fine di amplificare la mia consapevolezza nei confronti della mia voce, del mio strumento lavorativo, in un periodo in cui molti miei colleghi non si spiegavano perché lo facessi.
Un’altra mia grande passione è la danza e, proprio riguardo ciò, una volta mi sono anche ritrovata a sostenere un’audizione per un musical. Non sono mai stata una ballerina professionista ma intanto quell’occasione ha rappresentato per me un’esperienza, ha ampliato il ventaglio del mio vissuto, contribuendo a forgiare la mia personalità.
L’altro aspetto da non trascurare per far sentire la propria voce infatti è proprio vivere. Perché lo studio è fondamentale ma la più grande accademia rimane la vita, fare esperienze e soprattutto vivere sinceramente, sviscerare ogni emozione, dalla più felice alla più sofferta, perché ognuna di queste contribuisce a crearci come esseri umani.
Anche in sala di doppiaggio, si riesce a restituire al pubblico un’emozione più vera se l’hai vissuta, quindi tutto questo risulta inevitabilmente molto prezioso anche in campo artistico. Nei personaggi che doppio, ad oggi è presente un’intensità diversa dalle prime puntate, dagli inizi, anche se avevo la stessa intonazione di adesso, perché è un’intensità fiorita certo dalla confidenza con il mestiere, dall’allenamento e dal passare degli anni, ma soprattutto dettata dal mio vissuto personale.
Dovremmo quindi imparare ad approcciarci sempre agli avvenimenti e alle persone che la vita ci propone nel nostro cammino come una nuova occasione. Trovo quindi che i primi passi per far sentire la propria voce, sia in campo artistico sia altrove, sia continuare a imparare, a studiare, non accontentandosi mai e noi sentendosi mai arrivati, sperimentando quella stessa curiosità che ha caratterizzato gli inizi, spaziando il più possibile.
Il terzo aspetto per far sentire la propria voce e comprendere come questa possa fare la differenza è non lasciarsi convincere dal pensiero che ognuno, impegnandosi nel proprio piccolo, non possa cambiare le cose in grande.
Forgiamo noi il nostro futuro, soprattutto facendo singolarmente le nostre scelte. Se iniziamo a fare del bene, dai piccoli gesti, essendo gentili con dei nostri amici o colleghi ad esempio, abbracceremo con questo modo di fare altre persone che a loro volta ne abbracceranno altre ancora, e tutti i grandi cambiamenti hanno avuto origine proprio dal quotidiano.
Per riassumere quindi, la risposta a questa domanda è semplice: studiate, vivete, ma soprattutto siate voi stessi, è proprio essendo giorno per giorno brave persone che si cambiano le cose.
Il doppiaggio è un’arte che vive nell’ombra: tu dai voce, emozione, anima ma poi ti fai da parte e lasci che sia il personaggio che vai ad interpretare a brillare in scena. In un’epoca come la nostra in cui molto ruota attorno all’apparenza, alla visibilità, al riconoscimento, alla ricerca di consensi, c’è ancora qualcosa di prezioso e controcorrente in questo gesto di sparire volontariamente dietro qualcun altro?
Per lavorare come doppiatore devi inevitabilmente avere una personalità particolarmente spiccata, eppure, allo stesso tempo, devi saper mettere la tua abilità e il tuo carattere a servizio del pregresso lavoro e fantasia artistica di altri, in poche parole devi saper sparire per far apparire il personaggio.
Credo che proprio questo concetto ci insegni una delle più grandi doti che si possano avere, sviluppare e imparare nel mondo contemporaneo: l’umiltà.
Penso infatti che più una persona sia competente e realmente amante del proprio lavoro e più non avverta lo spasmodico bisogno di porre il proprio volto in primo piano. In un momento storico dove l’aspetto più importante sembra essere proprio questo, dove l’apparenza sembra avere la priorità su ogni cosa, io sono felice e siate felici di essere controcorrente perché ciò che arriva di più, ciò che scuote davvero, alla fine è l’umanità, la semplicità, ancor più della carriera o dell’ostentazione dei propri riconoscimenti.
La malattia dei tempi moderni è proprio questa: l’essere e il voler essere avvolti da una patina di perfezione oltre la quale però, appena si scava, non rimane niente. Cadere nell’errore di convincersi di poter puntare tutto sulla bellezza o sull’apparenza esteriore è inutile, semplicemente perché esisterà sempre qualcuno più bello di noi, sono convinta infatti che arriveremo presto ad amare il difetto, l’imperfezione, che in un mare anche estetico di lineamenti e stereotipi ormai monotematici arriveremo ad apprezzare sempre più chi invece rimarrà naturale.
Sono inoltre convinta che coloro che sono stati davvero grandi nella propria esistenza non siano persone che hanno vissuto d’apparenza o di perfezione ma anzi, gli esseri umani ai quali la vita non ha risparmiato molti avvenimenti e sofferenze, coloro che hanno avuto vissuti talvolta parecchio complicati, coloro che però sono riusciti ad attribuire un nuovo significato, non distruttivo, al dolore.
Dietro ogni doppiaggio c’è un’attrice, un personaggio o un disegnatore originale che ha già fatto delle scelte interpretative. Come si trova l’equilibrio tra la fedeltà alla sua performance o alla sua idea e la necessità di mettere qualcosa di tuo? Esiste un personaggio in cui hai sentito una tensione particolare tra questi due poli?
Credo che questo, per i doppiatori, sia un aspetto piuttosto naturale. La difficoltà talvolta risiede maggiormente nelle tempistiche di lavoro, ad esempio, e nel possedere l’abilità, la capacità e la sensibilità nel momento in cui doppi una scena di essere in grado di catturare più elementi e sfumature emotive possibili per poter riportare al pubblico esattamente quel preciso sentimento.
L’animazione su questo concede maggior spazio a livello artistico poiché, al contrario dei film live action, non prevede un viso, dei lineamenti o delle espressioni estremamente precise, diciamo che il cartone animato lascia più spazio all’estro. Eppure, paradossalmente, nel mondo del disegno la capacità più utile e allo stesso tempo assurda sta nel riuscire ad interpretare un personaggio estremamente stravagante come se fosse una persona normale, senza farlo apparire troppo caricaturale ma riportandolo al pubblico come genuino, spontaneo.
Poi ci sono, certo, personaggi più faticosi perché magari parlano a manetta, ma nel momento in cui ti trovi in sala di doppiaggio devi dimenticarti dell’esistenza del leggio, del fonico, dei microfoni, e di tutto il resto per far si che il personaggio ti porti con sé. Ti assicuro che a quel punto non ti rendi nemmeno più conto di star interpretando il personaggio, in quell’istante sei il personaggio, inizi addirittura ad imitare i suoi gesti.
Passi la vita a prestare la voce agli altri immergendoti in personalità dirompenti anche molto diverse tra di loro. Quando sei a casa, nel silenzio, come descriveresti la vera voce interna di Emanuela? Ti capita mai che dei frammenti dei personaggi che hai interpretato si intrufolino nelle tue relazioni quotidiane?
Quando sono sul palco mi diverte incredibilmente fare spettacolo ma, al di fuori dell’ambito lavorativo, devo confessare che non mi porto a casa i miei personaggi o delle sfumature della loro personalità, al contrario invece, nei personaggi che interpreto c’è moltissimo di Emanuela, del mio vissuto, delle mie esperienze, della mia emotività, perché quando ti trovi a dover dare voce a determinati sentimenti o sensazioni inevitabilmente peschi nella libreria dei tuoi ricordi.
Io sono una persona che ama parlare, confrontarsi, eppure quando sono a casa scelgo di rimanere spesso in silenzio, è una quiete chiassosa perché pur sempre sommersa di pensieri, ma credo sia fondamentale imparare a respirare anche il silenzio perché viviamo in un periodo dove c’é molto rumore. Una parte fondamentale della mia vera voce, del mio vero io, è l’amore per i viaggi.
Amo capire, scoprire, imparare cose nuove, imbattermi in panorami prima per me inesplorati e soprattutto mi fa piacere condividere sui social come io vedo il mondo, è un modo per portare con me e per far scoprire cose nuove anche a chi non le vedrà mai o non ha la possibilità di vederle in quel momento e soprattutto per mostrare le cose dal mio punto di vista, spiegare cosa mi ha colpito maggiormente. È così che descriverei la mia vera voce, quella di Emanuela.
Attualmente alcuni sostengono che l’intelligenza artificiale possa arrivare a svolgere mansioni anche in campo artistico, tra cui il doppiaggio. Come possiamo far capire che sia invece proprio il calore della voce umana a trasferire un’anima ai personaggi e a farci affezionare a loro? Qual è secondo te quella sfumatura imperfetta o quell’errore umano che nessuna macchina sarà mai in grado di replicare?
Riguardo ciò, non posso pensare ad un annullamento totale della mia professione, ma è una grande sfida. L’importante è non fare ciò che facciamo con l’intenzione di essere o risultare il più perfetti possibili ma piuttosto con la volontà di essere il più umani possibili.
Dobbiamo imparare a comprendere cosa ci rende umani e difendere la nostra umanità, questo è inevitabilmente sinonimo di difendere la nostra insicurezza, la nostra imprecisione, la nostra fragilità. In un momento storico come quello attuale, sembra che tutti dobbiamo essere superuomini.
In realtà, ciò che forse ci renderà davvero emotivamente invincibili sarà proprio la nostra fragilità e soprattutto l’accettare la nostra fragilità perché questo si disegna come un atto davvero rivoluzionario, d’incredibile coraggio e forza.
Chi è convinto di non possedere insicurezze, il più delle volte, è estremamente più fragile di chi invece dichiara le proprie e, proprio imparando a valutare e convivere con i suoi dubbi, riesce ad arrivare al traguardo di vita che aveva sognato. Io ho molta fiducia nei giovani, perché il futuro siete voi.
Quando sono agli eventi, molte volte intravedo una vera e propria luce negli occhi dei ragazzi, mi dicono frasi come “sono cresciuto con te”, “tramite il tuo personaggio mi hai trasmesso forza in un determinato periodo della mia vita” e molto altro.
Mi impegno a fare il mio lavoro con passione e verità cercando di trovare il più possibile in sala di doppiaggio una lealtà emotiva e sentimentale: ho realmente pianto e riso con i miei personaggi e non pensavo potesse arrivare tanto anche al pubblico, eppure mi rendo conto che quel tanto è stato percepito e che quindi il mio mestiere non sia solo doppiare un personaggio.
Non è semplicemente un lavoro, è un lavoro attraverso il quale possiamo emozionare.
Ognuno di noi in questo può trovare la sua parte più umana e fare la differenza.
Si precisa:
prima domanda di Diletta Maglioccola,
seconda domanda di Miriana Alfieri,
terza domanda di Marco Giaimi,
quarta domanda di Rosilda Gjana,
quinta domanda di Rosilda Gjana e Diletta Maglioccola;
Intervista a cura di Diletta Maglioccola
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