Il 13 Marzo 2026, nella cornice di Sala Della Musica del complesso di San Firenze, si è tenuto “Etica a servizio del digitale” un evento che si inserisce nel programma di ABF Officine Educative. Questa iniziativa ha rappresentato una finestra di dialogo culturale con il Professor Federico Faggin, padre del microprocessore, trattando un tassello in particolare del mosaico di tematiche che il programma ABF Globalab – dedicato ai ragazzi tra i 16 e i 35 anni – esplora quotidianamente in ABF: il rapporto, e soprattutto l’equilibrio, tra progresso tecnologico e l’attitudine umana.
Per ripercorrere una breve panoramica dei temi affrontati durante l’incontro, il Professor Faggin esplora grazie al suo racconto uno scrigno valoriale per approfondire non solo l’ambito tecnologico ma soprattutto come questo si intrecci con la natura dell’essere umano. Questa riflessione, racconta l’ospite, ha origine da un episodio in particolare: il comprendere che la fisica non sia sufficiente per spiegare ogni sfumatura della nostra esistenza e di come, anche la razionalità, proprio per essere coerentemente tale, debba accettare anche il proprio limite nel non poter sviscerare del tutto fenomeni, avvenimenti ed emozioni decisamente più complesse. Tutto ciò assume ancor più importanza essendo narrato proprio da una figura che ha dedicato la sua vita, la sua creatività e il suo tempo al settore tecnologico, rappresentando come la scienza e la spiritualità non incarnino un ossimoro, ma piuttosto un connubio d’universi che contribuisce incredibilmente alla crescita dell’essere umano.
Faggin introduce quindi come l’uomo scorga la sua ragione, il suo motivo, in tre principi fondamentali quali libertà, amore e responsabilità. Quest’ultima, si lega quasi indissolubilmente ad un termine in particolare che ricorre più volte durante l’evento ovvero etica. Un’etica interpretata però tramite una visione innovativa che la dipinge non solo come consapevolezza ma anche come un’educazione individuale e collettiva che possa portare alla riscoperta di termini e valori ad oggi purtroppo talvolta dimenticati, come l’empatia, la relazione umana, il futuro e molto altro.
Ciò che rende questi incontri significativi per noi giovani è un aspetto in particolare, ovvero il fatto che questi eventi non finiscano quando la venue si svuota ma continuino ad accompagnarci ben oltre poiché tramite queste iniziative si spalanca un mondo di riflessioni grazie alle quali usciamo dal metaforico risparmio energetico quotidiano, per iniziare a vivere veramente “onlife” trasportando i discorsi e le tematiche affrontate dal piano concettuale a quello esperienziale.
La testimonianza del Professor Faggin scatena in noi diverse riflessioni, innanzitutto ci riporta a pensare che sia la tecnologia a dipendere dall’uomo, e non il contrario. Ad oggi, molto spesso, assumiamo comportamenti come se fosse l’essere umano ad essere convinto di dipendere quasi totalmente da quest’ultima, anche solo per compiere gesti quotidiani, in realtà l’uomo ha vissuto gran parte della sua storia privo di tecnologia intesa nel senso moderno del termine. Eppure non è facile comprendere questo aspetto, scindere o limitare questo universo digitale dalle proprie abitudini, in particolare per noi giovani, coetanei del fenomeno del web, generazioni più recenti figlie di un mondo incredibilmente interconnesso, nati e cresciuti quasi in inscindibile sincronia con la tecnologia contemporanea.
Proprio per questa convivenza così duratura tra l’uomo e la macchina, quasi mai interrotta, anzi rinforzata nei momenti quali ad esempio il periodo di lockdown, noi ragazzi ci sentiamo spesso camminare su un simbolico filo sottilissimo, funamboli d’un equilibrio estremamente facile da spezzare che oscilla tra il dover stare al passo con un mondo che vive ormai come se questi strumenti fossero divenuti estensione delle proprie capacità e la necessità d’essere fuggitivi, di vivere lontano dai ritmi degli schermi, dal sovraccarico informativo digitale che ci circonda ogni giorno sempre di più. Un legame, quello tra i giovani e la tecnologia, che spesso da illusione di vantaggio o semplificazione sconfina nella inconsapevole subordinazione della creatività umana al progresso digitale.
La tecnologia, come tutto ciò che è stato creato dall’uomo, è un’innovazione che nella sua evoluzione riflette inevitabilmente i fenomeni del mondo moderno, necessità, bisogni, abitudini e attitudini estremamente contemporanee. Attualmente, soprattutto per quel che riguarda ragazzi, bisogna affermare che la tecnologia non rivesta un’accezione unicamente tecnica, di utilità. La tecnologia intrattiene, diverte, colma, per lo meno apparentemente. Soffermandoci bene su questo aspetto però, capiamo presto come l’abitudine al digitale abbia allontanato dall’affettività concreta creando talvolta non una collaborazione tra questi due universi ma una vera e propria ferita, avvertita e sofferta in particolare dai giovani che si sono ritrovati nella loro adolescenza a sperimentare questi strumenti come unico e inevitabile canale per poter seguire le lezioni scolastiche, per esprimersi, per socializzare e molto altro. Il problema per le nuove generazioni ha avuto origine quando tutto questo da eccezione si è tramutato in abitudine, in strada maestra. Allora forse dovremmo riavvolgere metaforicamente il nastro, tornare all’originario scopo della tecnologia: semplificare la vita dell’uomo non ridurla, avvicinare non isolare, unire non dividere. Un concetto che viene sottolineato più volte durante l’incontro e che, soprattutto in questo particolare periodo storico acquisisce un significato estremamente importante, è la possibilità di scegliere, la consapevolezza di non essere individui passivi nei confronti dei cambiamenti, ma artifici e consapevoli, con la possibilità quindi di tornare ad approcciarci alla tecnologia tramite l’emisfero esperienziale più positivo, non cadendo nel cortocircuito per il quale il digitale divenga totalizzante per sperimentare gli aspetti più umani che esistano: il contatto con le persone.
E quindi, inizia a rivivere in noi quella sensazione che abbiamo assaporato solo tanto tempo fa, prima degli innumerevoli cambiamenti che ultimamente ha subito questo mondo, un’atmosfera e delle abitudini ancorate a quella che, ad oggi, sembra essere stata tutt’altra vita. E ci accorgiamo che tutto ciò potrebbe tornare, che possiamo ricominciare a citofonare a casa dei nostri amici invece che videochiamarli, a prendere dal garage un vecchio pallone, per il quale non si è mai abbastanza grandi, e divertirci in mezzo ad un prato, goderci le giornate di sole all’aperto, il disegno di ciò che ci circonda, riassaporando in un nuovo modo, in totale armonia e bilanciamento con il progresso digitale a cui siamo legati fin dalla nascita, la nostalgia d’un tempo che noi generazioni attuali probabilmente nemmeno abbiamo mai vissuto.
Ciò che caratterizza inoltre l’uomo, come detto dal Professor Faggin, è la coscienza, l’attribuire alle parole un significato, un’emotività, un ricordo. Non è il risultato ma, al contrario, l’intenzione a fare quindi la differenza, a mutare il motivo e le conseguenze delle cose. L’arte ad esempio non vive nella perfezione ma nell’esperienza, sia di chi la crea sia di chi la sperimenta da spettatore, perché se dovessimo considerare l’arte unicamente come mero risultato, scardinando le radici dell’emotività, della sofferenza, della ricerca, che le danno vita, arriveremmo presto all’amara conclusione che la bravura, se priva d’anima, rimane unicamente tecnica.
Ciò che di questa esperienza rimane maggiormente tatuato nel bagaglio emotivo di ognuno di noi è sicuramente la consapevolezza che l’uomo possa migliorare la sua esistenza grazie alla tecnologia ma che viva veramente proprio grazie a ciò che invece non è calcolabile: all’ignoto, all’inesatto, al soggettivo, all’imperfetto, in poche parole a quella bellezza che s’affida nient’altro che allo sguardo di ognuno di noi, al variabile, all’emotivo, all’esperienza sperimentata e vissuta come viaggio, come percorso, come crescita, piuttosto che interpretata unicamente come totale assenza d’errori o il raggiungimento del mero risultato. E se è vero che giungerà, o forse è già giunto, un periodo storico in cui la tecnologia sarà in grado di emulare o addirittura superare le nostre capacità a livello tecnico, possiamo però ben consolarci, riflettendo sul fatto che, per quanto affinata essa possa divenire, potrà anche sviluppare la nostra stessa bravura ma, in ogni caso, non possederà mai il nostro vissuto e soprattutto ciò che lo rende tale: il nostro saper e voler essere e rimanere umani.
Diletta Maglioccola
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